Marcialonga

31. Marcialonga 1992

By Carlo Brena, director of the Cross-country skiing magazine SciFondo, Italy – 

It happened that, after the teenager-time with the usual ups and downs – sometimes beyond the limits of caution – Stefano and I found ourselves to share a new dimension of our friendship: the sweat dripping from our foreheads, the heavy breath after a run, tired arms after endless pushes. Running in Summer, skiing in Winter. Cross-country ski of course. Those were the years of skating, a new technique we learnt watching VHS in slow motion to discover all the secrets of a dance of skating, of that swinging movement, atypical for the classic technique. Stefano and I believed in it, a pair of ski in the luggage and in the backpack excitement to share. Skates to plow the ski tracks of Bergamo to reach our goal: Marcialonga. “The one who wins on the other in Marcialonga has the right to excel over the other for one year” we said. You bet everything on a cold morning of end January in a valley in Trentino: ours was an Olympic challenge.

It was 1992, we even went on a training camp in Ponte di Legno for three or four days of mere training. We thought ourselves athletes, not being sure if we really were, but it was our video game. The day before the race there was the usual routine of collecting the starter bag. We enter the Palacongressi center with Renato, the true athlete of the group, the man to overcome, he who ranks within the first thousand. A video from the previous mass start reveals an interesting dynamics: the skiers who start on the right avoid the turmoil of the start in Moena. I am very concentrated at the start; I loose Stefano already after a few meters in the crows of six-thousand starters. I overcome the first climbs with surgical precision: climbing on the right side was the right choice. I find myself in fast groups and I keep the pace until Canazei. I ski pass to many “senatori”, the skiers who completed all the editions of the race: they are recognizable thanks to a special suit they wear, exclusive to a privileged club that – dear me! – is destined to extinguish.

For the Soraga downhill balance skills are required, the base is iced, polished by the snowplough of the skiers preceding us. I let my skis slide, but in order to avoid a “senatore” who is falling cutting me off, I immediately turn right, losing control on the nude ice and landing on by back at the side of the track, among piles of hard snow. The right ski hits one of those snow piles and taaaac, the tip breaks. I get up and I try to ski with the broken ski, but after a few meters, I understand that it is a mission impossible. I scream of anger, once, twice. With my skis in the hand, I run towards the bottom of the hill looking for the technical service that turns out to be too far away. While I walk along the track, I start to accept the idea of capitulation, the tremendous defeat, the trick that destiny had been playing on me. Renato takes me over: I meet his look and a silent shout blocks in my throat. He, the strongest of all of us, finished at the 803th place.

All of a sudden, a skier of Nordic appearance stops in front of me. He stands still, static, with a pair of Karhu skis in his hands: one of the two has a broken tip. He looks at me and I look at him. He looks at my Salomon bindings and I look at his Salomon bindings. “They are compatible, then” we both think. On the bib, he has a Finnish flag: in Suomi language, he asks me something pointing at what I have in my hand and, deducing his question, I answer: “Let’s do so: you give me your good ski, so that I can finish my race”. He answers back pointing again at my Fischer ski, untouched. “Well, ok then – I think to myself – here you are my ski”. I look at him fading away, while his bib turns smaller and smaller and I cannot recognize it. Good luck, my friend. I move to the provincial road where a generous driver picks me up and takes me to the finish in Cavalese, where I can take the bus back home: “Why are you not talking to me?” he asks. “I am sorry, you are right, I am unpolite, but it was a bad day”. He looks at my skis and says: “I see”.

Original Version: Italian

Marcialonga 1992

E così, chiuso il capitolo dell’adolescenza con le sue spinte in avanti a volte anche oltre il perimetro della prudenza, ci ritroviamo io e Stefano a condividere una nuova dimensione della nostra amicizia: il sudore che scende dalla fronte, il fiatone dopo una corsa, le braccia stanche dopo mille spinte. Correre d’estate, sciare d’inverno. Sciare di fondo, si intende. Erano gli anni dello skating, di una nuova tecnica che imparavamo guardando i VHS al rallenty per scoprire i segreti di una danza da pattinaggio, di quel dondolare al posto dell’alternare. Io e Stefano ci credevamo, nella sacca un paio di sci e nello zaino l’entusiasmo da condividere. Pattinate a solcare le piste di neve della bergamasca in vista di quella che era la nostra sfida principe: la Marcialonga. «Chi vince tra noi alla Marcialonga ha diritto per un anno a primeggiare sull’altro» ci dicevamo. Ti giocavi tutto in una fredda mattina di fine gennaio in una valle trentina: la nostra era una sfida olimpica. Quell’anno, era il 1992, andammo persino in ritiro a Ponte di Legno per tre, forse quattro giorni di puro allenamento. Ci credevamo atleti, non sapevamo se lo fossimo davvero, ma era il nostro video game.  La vigilia della gara, la solita prassi del ritiro pacco gara a Cavalese. Entriamo nel palacongressi con Renato, notoriamente il vero atleta del gruppo, l’uomo da battere, uno da primi mille in classifica generale. Un video della partenza dell’anno precedente, svela una dinamica strana: i fondisti che stanno a destra evitano gli ingorghi nella piana di Moena. Ed è ciò che farò. Al via sono concentrato, Stefano lo perdo già dopo pochi metri nella calca dei seimila partenti. Supero le prime salite con precisione chirurgica: la scelta di stare a destra è azzeccata. Mi trovo in gruppi veloci, e tengo il ritmo fino a Canazei. Supero numerosi ‘senatori’, i fondisti che hanno concluso tutte edizioni della gara: sono riconoscibili perché indossano una tuta speciale, esclusiva di un club privilegiato destinato ahimè all’estinzione. Nella discesa di Soraga sono richieste doti di equilibrio, il fondo è ghiacciato, lisciato dallo spazzaneve di chi ci ha preceduto. Lascio correre gli sci, ma per evitare un senatore che cade tagliandomi la strada, viro improvvisamente a destra perdendo il controllo sul ghiaccio vivo e atterrando sul sedere a bordo pista, tra cumuli di neve indurita. Lo sci destro frusta uno di questi ammassi nevosi e taac, la punta si spezza. Mi alzo e tento di sciare con lo sci a penzoloni, ma dopo pochi metri capisco che è impresa impossibile. Grido di rabbia, una volta, due volte. Con gli sci in mano corro verso il fondo della discesa alla ricerca di un servizio assistenza che risulta troppo lontano. E mentre cammino mestamente a bordo pista, inizio ad accettare l’idea della resa, dell’atroce sconfitta, dello scherzo che il destino ha voluto riservarmi. Mi supera Renato: incrocio il suo sguardo e un urlo soffocato si spegne in gola. Lui, il più forte di tutti noi chiuderà al 803° posto. D’un tratto si paventa davanti a me un fondista dalle sembianze nordiche. È fermo, immobile, in mano tiene un paio di sci Karhu: uno di questi ha la punta spezzata. Lui mi guarda e io lo guardo. Lui guarda i miei attacchi (Salomon) e io guardo i suoi attacchi (Salomon). «Dunque sono compatibili» pensiamo entrambi. Sul pettorale ha una bandiera finlandese: in lingua suomi mi pone una domanda indicando ciò che tengo in mano, e per deduzione, rispondo: «Facciamo che tu mi dai il tuo sci, quello giusto, così finisco io la gara». Lui mi risponde di nuovo indicando il mio sci Fischer ancora intonso.  «Ma sì, certo – penso tra me e me – eccoti il mio sci». Lo vedo andar via mentre il numero del suo pettorale diventa sempre più piccolo e io non riesco a ricordarlo.  Buona fortuna amico mio. Mi sposto sul provinciale e mi raccoglie un generoso automobilista che mi porta all’arrivo di Cavalese, dove c’è il pullman per a casa: «Perché non parli?» mi chiede. «Scusi, ha ragione, sono un maleducato, ma è stata una giornata storta». Guarda i miei sci e mi dice: «Capisco».

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